La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità e conviene capire che cosa significa davvero


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Lo scorso dicembre, a Nuova Delhi, il Comitato intergovernativo dell’UNESCO ha iscritto la cucina italiana nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il titolo esatto della candidatura merita di essere letto per intero, perché contiene già tutta la sostanza della decisione: la cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale. Non un piatto, non una ricetta, non una tecnica, ma un modo di stare al mondo attorno al cibo. La notizia è stata accolta in Italia con un entusiasmo comprensibile e, in molti casi, con una lettura sbagliata di ciò che quel riconoscimento comporta. Vale la pena chiarirlo, soprattutto per chi il mestiere lo insegna.

Il percorso era cominciato circa tre anni prima, con una candidatura promossa dai ministeri competenti insieme al mondo associativo della gastronomia, tra cui l’Accademia italiana della cucina, la fondazione dedicata a Pellegrino Artusi e la storica rivista che porta il nome della cucina italiana. In autunno era arrivata la valutazione tecnica positiva del dossier, poi la decisione definitiva del Comitato, adottata all’unanimità. Con questa iscrizione gli elementi italiani presenti nella lista salgono a una ventina, in un elenco mondiale che ne conta ormai diverse centinaia distribuite in un centinaio e mezzo di Paesi.

La novità sostanziale sta nel perimetro. L’Italia era già presente con riconoscimenti gastronomici importanti, ma tutti circoscritti a una pratica precisa: l’arte del pizzaiuolo napoletano, la ricerca e l’estrazione del tartufo, la coltivazione della vite ad alberello sull’isola di Pantelleria, e la dieta mediterranea come bene condiviso con altri Paesi del bacino. Questa volta l’oggetto del riconoscimento è la tradizione culinaria di un Paese nel suo insieme, cosa che secondo molti osservatori non era mai accaduta prima. È un salto concettuale, e come tutti i salti concettuali comporta qualche equivoco.

Il primo equivoco riguarda la tutela. Un’iscrizione nella lista del patrimonio immateriale non protegge nulla dal punto di vista commerciale. Non impedisce a nessuno di vendere all’estero una salsa industriale spacciata per ragù, non blocca le imitazioni dei formaggi, non sanziona chi mette la panna nella carbonara servita in un ristorante dall’altra parte del mondo. Quella funzione appartiene a strumenti completamente diversi, cioè alle denominazioni di origine protetta, alle indicazioni geografiche e al diritto commerciale, che agiscono su prodotti identificabili e su marchi registrati. L’UNESCO non certifica prodotti e non arbitra ricette. Riconosce pratiche vive, ed è una cosa diversa.

Il secondo equivoco è più sottile e riguarda proprio l’idea di autenticità. Il patrimonio culturale immateriale, per definizione, non conserva forme pure: riconosce ciò che le comunità praticano, reinterpretano e trasformano nel tempo. Chi immagina che il riconoscimento sancisca una volta per tutte l’elenco delle ricette corrette e ne fissi le versioni ufficiali sta leggendo il documento al contrario. La cucina italiana è stata iscritta perché è viva, cioè perché cambia: perché una nonna in Sicilia e un cuoco a Bolzano fanno cose diverse e le trasmettono comunque; perché ogni valle ha il suo pane e ogni famiglia la sua variante; perché il ricettario nazionale che tutti citano è nato dalla raccolta paziente di usi locali e non da un decreto. Il valore riconosciuto è il sistema, non il museo.

Che cosa allora è stato effettivamente premiato? Il dossier lo dice con chiarezza, e sono esattamente i temi che una scuola di cucina affronta ogni giorno. La scelta consapevole delle materie prime e il rispetto della stagionalità. La manualità, cioè un sapere che passa dalle mani e non solo dai testi. La convivialità, il pasto come atto sociale e non come rifornimento individuale. La riduzione degli sprechi, che nella tradizione popolare non è una moda recente ma una necessità antica, visibile in tutti i piatti nati per riutilizzare pane raffermo, ritagli di carne, verdure di fine settimana. E la trasmissione intergenerazionale, cioè il passaggio del sapere da chi lo possiede a chi lo imparerà.

È su quest’ultimo punto che il riconoscimento tocca da vicino chiunque insegni a cucinare. Una lista di patrimonio immateriale non premia oggetti ma comunità che tengono viva una pratica, e le comunità comprendono le famiglie, i mercati, le botteghe, le associazioni e le scuole. Insegnare a fare la pasta a mano, spiegare perché il soffritto va cotto e non bruciato, mostrare come si sceglie un pesce o si riconosce un olio, significa svolgere materialmente l’attività che l’UNESCO ha descritto come patrimonio. Non è retorica: le iscrizioni comportano impegni di salvaguardia, e la salvaguardia di un sapere pratico si fa in un solo modo, insegnandolo a qualcuno.

Resta una considerazione più critica, che sarebbe disonesto tacere. Un riconoscimento di questo tipo diventa quasi automaticamente uno strumento di promozione, e la tentazione di usarlo come marchio è forte. Già nelle prime reazioni istituzionali si è parlato soprattutto di export, di miliardi di fatturato agroalimentare e di difesa dalla concorrenza sleale. Sono temi legittimi, ma non sono ciò che il Comitato ha valutato, e confondere i due piani rischia di trasformare un riconoscimento culturale in un’etichetta pubblicitaria. Il paradosso sarebbe evidente: celebrare come patrimonio una pratica fondata sulla lentezza, sulla stagione e sulla relazione, e usarla come argomento di vendita per prodotti che di quella pratica sono l’esatto contrario.

Per chi cucina, la lettura più utile è forse la più semplice. Il riconoscimento non aggiunge nulla alla qualità di un piatto e non toglie nulla a chi cucina male. Sposta però l’attenzione su un punto che spesso si dà per scontato: la cucina di un Paese sopravvive solo finché qualcuno continua a praticarla e a insegnarla. Le ricette scritte non bastano, perché nessun testo trasmette il gesto giusto del polso o la capacità di capire quando una cottura è al punto. Se la cucina italiana è patrimonio dell’umanità, lo è nella misura in cui continua a passare di mano in mano, dalle cucine di casa alle aule dove qualcuno impara, per la prima volta, a impastare.

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